Vivian Maier, la mostra inedita a Palazzo Reale

Imma­gi­na­te­vi una don­na qua­lun­que, in una cit­tà con milio­ni di per­so­ne entra­re velo­ce­men­te in un gran­de atrio, di quel­li nobi­lia­ri. E’ una vil­let­ta bifa­mi­lia­re- all’americana- con il giar­di­no e i gio­chi dei bam­bi­ni per­fet­ta­men­te imma­co­la­ti. Indos­sa una divi­sa bian­ca, lun­ga fino a sot­to al ginoc­chio. Alla vita un grem­biu­le cor­to e ben sti­ra­to. Ha appe­na otte­nu­to un inca­ri­co pres­so la fami­glia Gen­sburg, a Chi­ca­go. Quel­la don­na ha sem­pre con sé una Rol­lei­flex, una sor­ta di reflex stu­dia­ta per i foto­gra­fi pro­fes­sio­ni­sti. La con­ser­va gelo­sa­men­te e quan­do può la usa per immor­ta­la­re ciò che solo i suoi occhi rie­sco­no a vede­re. Quel­la don­na, non è una gover­nan­te qua­lun­que: è Vivian Maier, ad oggi rico­no­sciu­ta in tut­to il mon­do come una del­le più gran­di espo­nen­ti del­la Street Pho­to­gra­phy ame­ri­ca­na non­ché come  una del­le più gran­di testi­mo­ni del suo tempo.

A que­sto straor­di­na­rio per­so­nag­gio, la cui arte è rima­sta sco­no­sciu­ta fino al 2007, è dedi­ca­ta la mostra foto­gra­fi­ca ine­di­ta sita pres­so le Sale Chia­ble­se dei Musei Rea­li di Tori­no in espo­si­zio­ne fino al 26 giugno.

Oltre 250 scat­ti foca­liz­za­ti sui temi ricor­ren­ti nel­la pro­du­zio­ne del­la foto­gra­fa ame­ri­ca­na: le stra­da dei quar­tie­ri popo­la­ri degli Sta­ti Uni­ti, gli sguar­di, i gesti, le espres­sio­ni, i bam­bi­ni e il ten­ta­ti­vo di dare una visio­ne dif­fe­ren­te e rea­li­sti­ca sul­la vita che ani­ma­va i quar­tie­ri popo­la­ri degli USA e dell’ Europa.

A sco­pri­re la sua arte- in modo del tut­to casua­le- fu John Maloof, che acqui­stò all’ingrosso una sca­to­la di ogget­ti. Tra que­sti vi era­no cen­ti­na­ia di nega­ti­vi e rul­li­ni non svi­lup­pa­ti: era­no le foto­gra­fie del­la Maier.

 
Foto di Andrea Barchi
 
Foto di Andrea Barchi
 
Foto di Andrea Barchi
 
Foto di Andrea Barchi
 
Foto di Andrea Barchi
 
Foto di Andrea Barchi

Da quel momen­to Maloof ini­ziò l’opera di svi­lup­po e digi­ta­liz­za­zio­ne del­le stes­se che lo por­ta­ro­no all’allestimento del­la pri­ma mostra a Chi­ca­go inti­to­la­ta “Fin­ding Vivian Maier”.

Suc­ces­si­va­men­te si dedi­cò alla pro­du­zio­ne di un docu­men­ta­rio- basa­to sul­la rico­stru­zio­ne del­la vita dell’artista–  dal mede­si­mo tito­lo. Da quel momen­to, le più impor­tan­ti gal­le­rie e retro­spet­ti­ve mon­dia­li, ini­zia­ro­no ad ospi­ta­re le ope­re del­la foto­gra­fa la qua­le fu in gra­do di susci­ta­re, ovun­que, il mede­si­mo entusiasmo.

L’enigma dei vol­ti, la sem­pli­ci­tà dei gesti, gli sguar­di tal­vol­ta per­si e sognan­ti, altre vol­te dispe­ra­ti e pie­ni ango­scia dei bam­bi­ni cat­tu­ra­no lo spet­ta­to­re ripor­tan­do­lo diret­ta­men­te nell’America di quei tempi.

L’attualità del­la sua foto­gra­fia sta nell’intrinseca capa­ci­tà di nar­ra­re con inten­si­tà un’epoca pas­sa­ta, con un’attenzione par­ti­co­la­re rivol­ta al quo­ti­dia­no rac­con­ta­to in modo mai bana­le. Vivian tra­di­sce nei suoi scat­ti una cer­ta affi­ni­tà con i pove­ri e gli emar­gi­na­ti del­la socie­tà vici­ni a lei nel­la lot­ta alla soprav­vi­ven­za. A tal pro­po­si­to dice “nel­la mia vita ho foto­gra­fa­to per­so­nag­gi famo­si, ma mi inte­res­sa­va­no le per­so­ne più umi­li. Uomi­ni e don­ne che non avreb­be­ro mai avu­to l’occasione di rea­liz­za­re il sogno ame­ri­ca­no. Io sen­ti­vo che le loro vite vale­va­no quan­to quel­le del­le cele­bri­tà. Con i loro ritrat­ti pote­vo rac­con­ta­re gli aspet­ti meno cono­sciu­ti e bril­lan­ti del­la socie­tà moder­na”.

Par­ti­co­lar­men­te caro alla Maier fu anche il tema dell’autoritratto, tec­ni­ca che l’avrebbe poi resa un’icona pop dei più moder­ni sel­fie. Lei stes­sa pre­fe­ri­va que­sta tipo­lo­gia di scat­ti per dare sfo­go alla sua neces­si­tà di auto­de­ter­mi­na­zio­ne e al biso­gno di  “tro­va­re un posto nel mon­do”, det­ta­to dal­la sua pro­fon­da soli­tu­di­ne e dall’assenza di sta­bi­li lega­mi fami­lia­ri ed intimi.

Ci pia­ce imma­gi­na­re Vivian come una don­na moder­na, indi­pen­den­te e dota­ta di uno straor­di­na­rio talen­to che ha inti­ma­men­te tenu­to cela­to per tut­ta la sua vita, ma sem­pre atten­ta a guar­da­re la real­tà e le per­so­ne che la cir­con­da­va­no. Per­ché, come ripor­ta in una del­le sue rare inter­vi­ste ”sup­pon­go che nul­la duri per sem­pre. Dob­bia­mo fare spa­zio ad altre per­so­ne. È una ruo­ta. Sali, vai fino in fon­do. E qual­cun altro ha la stes­sa oppor­tu­ni­tà di arri­va­re alla fine. E così via. E qual­cun altro pren­de il suo posto”.